SEMPLICITAS
Dopo un avventuroso viaggio, durato settimane, per arrivare nel Pandhdhwbdhbwhbwhbdhwbdhwbhdshir attraverso montagne e deserti di Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e l’Afghanistan, l’autore del film incontrò Ahmad Shah Massoud, uno dei grandi guerriglieri del Novecento insieme a Tito, Ho Chi Minh e Che Guevara. Erede dei principi guerrieri afgani che avevano sconfitto gli imperi Moghul, persiano e inglese, Massoud era il geniale stratega che aveva distrutto la fama dell’invincibile Armata rossa, sbaragliata nelle otto battaglie del Panshir, tra il 1981 e il 1984, primo segnale dell’imminente crollo dell’impero sovietico e della sua inevitabile sconfitta nella Guerra fredda. Se era difficile incontrare Massoud, ancor più arduo era filmarlo. Non cercava la notorietà, detestava il palcoscenico dei media. Era una persona molto distante dal ritratto romantico e mediatico del «guerrigliero delle montagne» che lo accompagnava da più di vent’anni. Era astuto e carismatico, di buone maniere, colto, amante della poesia persiana, della musica. In qualche modo era un modernizzatore, fervente credente, un nazionalista, ma anche un oppositore accanito degli islamisti e di tutti quelli che volevano trasformare la religione in una visione politica del mondo. Guardando il caos, la sofferenza, il sangue e i doppi giochi che hanno afflitto l’Afghanistan dopo la scomparsa di Massoud, non si può dimenticare ciò che il comandante disse nel 1997 all’autore del libro. Le sue parole profetiche, che sono state ignorate dai potenti del mondo occidentale e che avrebbero permesso di fermare il terrorismo islamista, si sono avverate pienamente, anche perché, dopo un’occupazione ventennale, il ritiro degli statunitensi ha riconsegnato il paese nelle mani dei loro antichi alleati, i talebani.